I danni della “hipster economics”

Pubblicato il 30 maggio 2014

new-york-cityCos’è la “hipster economics”? Che tipo di conseguenze ha avuto sul tessuto urbano e sociale delle grandi città?

I suoi effetti sono visibili in maniera particolare nel modo in cui sono state riorganizzate le metropoli, o meglio le post-metropoli americane. Lo sviluppo urbano tipico dell’era post-fordista, quella in cui viviamo oggi, si chiama appunto così: postmetropoli.

Molte aree delle più grandi città americane hanno risentito delle conseguenze prodotte dalla “nuova economia della cultura e della conoscenza”, quella cioè che da rilevanza ai lavori ad alto valore intellettuale e creativo. Il nuovo capitalismo ha trasformato intere zone urbane. Per capire meglio: i quartieri dei lavoratori a basso costo, spesso immigrati, che prima si trovavano nelle aree centrali delle metropoli, vicine alle zone industriali, oggi si trovano nei sobborghi e nelle aree periferiche, dove è più richiesta manodopera non specializzata e non qualificata, come ad esempio il tipo di lavoro richiesto dagli stabilimenti manifatturieri decentralizzati.

Le aree centrali invece sono state sottoposte ad un rapido processo di “gentrification”, una parola che sembra strana e difficile, ma di cui tutti sappiamo il significato, o ne abbiamo avuto esperienza, anche solo guardando un programma in tv. Il termine gentrification si riferisce all’opera di riqualificazione urbana di ex aree industriali. Edifici industriali abbandonati, opportunamente ristrutturati, sono diventati loft da sogno, vie e quartieri malfamati e degradati hanno acquistato fascino e stile una volta ridipinti con colori vivaci o abbelliti dal gusto fine di qualche “archistar”. Le aree industriali dell’era fordista infatti sono diventate le zone residenziali della nuova élites economica: designer, stilisti, architetti, esperti di comunicazione e marketing… In una parola hipster.

Questi centri sono cambiati in risposta delle esigenze dei nuovi residenti, persone con buone disponibilità economiche, che dopo l’orario di lavoro, amano “crogiolarsi” in ristoranti ricercati, fare shopping in negozi alla moda, passare il loro tempo libero in luoghi pensati per l’intrattenimento, che sono sorti come funghi negli ultimi anni, stravolgendo il volto e l’identità di interi quartieri. È successo a New York, a Los Angeles, e a San Francisco.

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Un articolo di Sarah Kendzior pubblicato da Al Jazeera ha messo in luce i pericoli della hipster economics. Sono le classi meno abbienti quelle che hanno subito, loro malgrado, gli effetti negativi della gentrification. I prezzi delle case, anche quelli degli affitti, sono schizzati alle stelle, costringendo i vecchi residenti a spostarsi in periferia. Questo meccanismo ha generato forme ben visibili di segregazione socio-spaziale, aumentando il senso di esclusione e isolamento degli stari più bassi della società, e in tal modo anche le probabilità che il disagio sfoci in atti di violenza. La povertà e l’isolamento sociale incrementano la criminalità, l’insicurezza, la paura e l’insoddisfazione.

Il processo di gentrification, e questo è il problema maggiore, è una mera operazione estetica, non porta alcun beneficio alla società, perché il degrado, viene solo spostato da un’altra parte non risolto alla radice. Quello di cui si lamentano i residenti neri di alcune città americane, ad esempio, è che solo con l’arrivo dei bianchi ricchi e benestanti è migliorato il livello dei servizi offerti ai cittadini. Inoltre, la presenza degli immigrati, la maggior parte dei vecchi residenti, viene vista dai nuovi arrivati come un contagio al paesaggio. L’abbellimento urbano risulta essere dunque una il riflesso di una allocazione razzista delle risorse e una semplice opera di “ripulitura”. Tutto il disagio sociale si sposta nella periferia, lasciata a se stessa perché poco interessante, poco coinvolgente, poco divertente, e soprattutto poco importante, compreso il futuro delle persone che vi abitano.

La gentrification porta con sé un falso mito: quello che le persone debbano essere “importate” per contare qualcosa. Il successo sembra risiedere nella rimozione dei vecchi residenti dalle aree più cool e hipster delle nuove postmetropoli. E se invece, quesito che si pone Sarah Kendzior,  il successo di una società, il suo progresso, si misurasse nella capacità di offrire servizi, infrastrutture e opportunità a coloro ai quali queste sono state sempre negate?

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